Non sono capace

Non sono capace. Guarda che non è difficile ammetterlo, sai?
Non lo so fare, non è nelle mie possibilità.
Ci son mille modi per dirlo. Basta avere un pizzico di coraggio, alzarsi in piedi, magari salire sopra uno sgabellino, se sei alto unoesufla, e gridare al mondo intero

” NON CI RIESCO!”
Che sarà mai…vedrai che tutto continuerà a ruotar su se stesso, la vita avrà il suo corso e ricorso, il cielo resterà là in alto e la terra se ne starà sdraiata un po’ a pianura e un po’ a montagna, a volte acqua, come dall’inizio di quel dì.
Invece nessuno ci riesce. Son tutti talmente presuntuosi da esser convinti di poter far salti mortali e capriole. Crescon fin da piccini con l’idea che saranno i più bravi a lavar le ali delle farfalle. Gliel’hanno ripetuto ogni giorno, non può non esser vero. E allora, falsi come giuda, quando nessuno li guarda fanno un saltello da mammammaquanti passi fo’ e poi esultano con un “ci son riuscito!”, cercando con lo sguardo l’ammirazione della gente. Come quando un golfista fa un colpo da favola e poi si gira subito per veder in quanti l’hanno visto.
NON SONO CAPACE.
Ma lo senti com’è liberatorio? Come ti toglie ogni ansia di prestazione?Se lo ammetti potrai dormir sonni sereni, potrai dedicarti a ciò che sai far bene, ad esempio, te lo ricordi il “morto o vivo”? Congiungevi le mani tipo preghiera a Gesù, incrociavi i due medi e girando le mani chiedevi ad un bimbo idiota, morto o vivo? e quello rispondeva sempre sbagliato. Se sai far quello, a che ti serve dimostrare al creato d’esser in grado di quadrar la terra.
Davvero, ti stai solo complicando la vita.
Accontentati se riesci a mettere in fila le lumache, e già questo non è un lavoro facile, sai? Le lumache hanno una lenta ma ben determinata anarchia. Se hanno deciso d’andare a destra a destra vanno. Tu ti siedi lì e con pazienza non appena vedi un accenno di scarto, le pigli e le raddrizzi. Se ti eserciti con costanza, in pochi anni potrai diventar un bravissimo allineatore di lumache. E non è poco.
Insomma, quel che voglio dirti è che non puoi far tutto. Ci son milioni di cose che non sarai mai in grado di fare.
Parlo anche per me, non credere.
Adesso come adesso non me ne viene in mente nemmeno una, ma sicuramente ci sarà qualcosa che non mi riesce bene.
Attento, non ho detto, che non sono in grado di fare…ho detto, che non mi riesce bene.
Eh.

Anni

Anch’io alcuni giorni fa ho avuto cinquant’anni.
Lo ricordo bene come fosse domani.
D’altra parte ne ho avuti anche dodici, una volta.
A dirla tutta ne ho avuti parecchi, di anni.
Alcuni anche doppi.
Altri, invece, talmente sfumati che non hanno lasciato nemmeno il segno.
Forse erano tracciati col carboncino.
Se non lo fissi, il carboncino vola via e ne resta così poco sul foglio che a fatica distingui il disegno.
Se mi guardo indietro, gli anni più belli sono stati quelli a matita colorata.
Il mio primo astuccio vero fu uno Stabilo, 24 colori.
C’era anche il verde acqua, mi ricordo.
Poi ci sono stati anni ad olio, ad acrilico e anni a pennino e china.
Belli. Brutti. Indefiniti.
Tanti.
Un bel giorno, non mi ricordo se di pomeriggio o di martedì, stanca di averli attorno a far confusione, mi son decisa e li ho acchiappati tutti con la retina da farfalle, poi li ho chiusi dentro uno scatolone.
Uno di quelli che ti arrivano a Natale, col panettone e i torroncini assortiti.
Uno scatolone di finto velluto blu che sposto una volta a destra sotto alla finestra, un’altra sotto la scrivania, o nell’angolo assieme ai libri.
Non riesco a trovargli il posto giusto e all’alba, quando sono ancora tra il qui e il là, me lo ritrovo sempre tra i piedi.
Lo volevo portar giù in cantina, ma sono così impegnata a fare e disfare pensieri che la sera mi arriva già alle dieci del mattino, e alla fine mi accorgo che lui è ancora lì, a far capolino da dietro la poltrona.
Anche adesso lo vedo, ma faccio finta di niente.
Mi guarda e ogni tanto scuote tutti gli anni che contiene.
Mi fa i dispetti: giusto ieri li avevo ordinati in belle pile a torre di Pisa, dal più al meno, dal blu al rosso, e dal verde al giallo.
Tanta fatica per niente, adesso saranno là dentro tutti mescolati a far arcobaleni di ricordi.
Stamattina m’era venuta voglia di riguardarne uno, il nono compleanno, ché non ricordavo più il colore di quel giorno bello.
A volte mi capita di non riuscire ad afferrare i suoni e gli odori degli anni ammucchiati e allora mi prende un senso di perdita così grande che devo cercar rimedio in una sicurezza a portata di mano. Ma non sempre funziona.
E oggi non riesco ad afferrare la sfumatura che colorò quella giornata di un’estate passata. Era smeraldina o color del tempo? Chissà.
Proverò a cercarla nella scatola blu di velluto finto, ma so già che non la troverò, ribaltata sotto i mesi e i giorni ammucchiati alla rinfusa.
Ci sono persone che sistemano gli anni in fila indiana, lo so.
I trenta prima dei quarantasei e dopo i ventitré.
Quelli belli in prima fila e quelli tristi dietro il gruppo.
Un archivio numerato che incasella tutte le ore al posto giusto, che permette di sapere in qualunque momento l’età giusta da indossare.
Io, invece, ho un tempo tutto mescolato. Un miscuglio marmorizzato di mille colori uguale a quello che ottengo quando alla fine di un quadro raccolgo i colori rimasti sulla tavolozza e li impasto per preparare il fondo della prossima tela.
In fin dei conti ecco a cosa serve aver tanti anni, a far un bel fondo spatolato per il quadro meraviglioso che dipingeremo domani. O lunedì.
O fra cent’anni.

Come i colori

Inizio qualcosa e poi mi sembra inutile. Ieri guardavo tutta questa gente della mia città. E’ tutta gente che ha già visto tutto. Sa tutto, e ha fatto tutto. E’ gente annoiata. Glielo leggi negli occhi. Anche quando racconto qualcosa e a me sembra di raccontar fantastichezze meravigliose, mi guardano come se fossi un’idiota. E allora mi sento davvero idiota. E mi passa la voglia di parlare. E non vedo l’ora di tornar qui a casa. Devo esser l’unica a non aver fatto tutto, nella vita. A non aver visto tutto.
Le esperienze, come le chiamano i vissutiveri. Ne ho talmente poche da raccontare.
Una vitina piccola così, la mia. In confronto le altre sembran tutte dei palazzi di esperienze di qui e di là.
Chissà, forse la mia l’ho sprecata.
Non mi ricordo di essermi annoiata per più di un quarto d’ora, in questa mia vitina sprecata, però.
Lo stesso mi sento senza energie.
Anche un po’ stanca di esser contenta. Anzi, non di esserla, ma di farla.
E’ che a volte mi sento in dovere di essere contenta e felice.
Per gli altri. Per chi mi è vicino. Per me stessa, anche. E perché forse è giusto e doveroso che io lo sia.
Invece in questo momento vorrei essere neutra. Sai, esiste un gel che serve per mescolar i colori senza alterarli. E’ neutro e semidenso. Giusto solo per far volume. Non deve far niente di più, solo stemperarsi in altri colori.
Non è tristezza, bada bene, ma è soltanto voglia di esser gel neutro.
Invece devo avere un colore diverso in ogni momento della giornata. Al mattino, quando mi sveglio devo esser turchese, ché la famiglia ha bisogno di vitalità, ottimismo e di ’su che la vita è bella’. E il turchese ha tutte queste caratteristiche. Il turchese dell’acqua trasparente.
Passan le ore devo esser color verde erba. Dare forza, ascoltare, e capire sempre, soprattutto.
Poi mi devo trasformare in un colore che diverta, un bel rosso, ad esempio. Non dico un rossocadmio, ché è davvero troppo forte per me, non lo metto nemmeno nella tavolozza.
Mi vien bene un rosso indiano. Un colore caldo, allegro ma non acceso. Forse non è sufficiente, ma non posso farci nulla. Anche il rosso indiano è un bel colore, in fondo, no? E’ quello che si usa per i colpi di luce in un tramonto sereno. Prova a cercarlo sui tronchi, verso sera, di solito è lì che si trova.
A dir la verità, io sarei nata per esser un blucobalto tutto il giorno. Non un blu da tubetto, ma mescolato a volte con l’ocra chiaro, a volte col bianco e a volte col grigio.
Però blucobalto di fondo.
In questo momento, gel neutro con un’idea di cobalto. ma appena appena, giusto per non sparire.